Questo sito utilizza cookie tecnici per il tracciamento anonimo degli accessi. Utilizzando i servizi di questo sito accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Maggiori informazioni
Torna alla ricerca

Fonte: Granai della Memoria / Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo – UniSG
Categorie
Archivi storici
Archivio:
Presídi Slow Food
Autori:
Andrea Icardi

Rosa Barbato

  In questo piccolo paese sulle colline del vallo di Diano, la tradizione della coltivazione dei fagioli è molto radicata e la sua fama arriva fino a Napoli. Tra le ragioni, il clima mite, influenzato dal fiume Calore che impedisce eccessive escursioni termiche e garantisce un’elevata umidità notturna, l’esposizione dei terreni coltivati, ben riparati dai venti freddi di tramontana, e la presenza di numerose sorgenti naturali. Questa vocazione è secolare: secondo De Condolle, un botanico svizzero dell’800, a Casalnuovo (poi Casalbuono) si coltivano fagioli sin dagli inizi della sua fondazione, nel XIII secolo; i semi li avrebbero portati qui gli abitanti di Cesariana, antica città romana della zona che, nel Medioevo, si sarebbero trasferiti su queste colline. I fagioli coltivati all’epoca non avevano niente a che vedere con quelli attuali. Si trattava infatti, di fagioli di epoca pre-colombiana, e dunque di origine africana (i cosiddetti fagioli dell’occhio) che furono poi sostituiti dal Phaseulus vulgaris, introdotto dagli Spagnoli dopo l’esplorazione delle Americhe.  

Casalbuono (SA), IT
Geolocalizzazione: