Feste popolari
Rappresentazione del Gelindo
La rappresentazione del Gelindo a Ponti, nell’oratorio di San Sebastiano, durante gli anni Sessanta dell’Ottocento è narrata nel romanzo 'I sanssôissi' di Augusto Monti (Monti, 1963=1993). L’autore prende probabilmente spunto se non da esperienze personali almeno da racconti familiari, senza”escludere la conoscenza e consultazione del testo scritto, come può rilevarsi, per esempio all’accenno agli strumenti musicali dei pastori” (Leydi, 2001, p. 187).
Raccontando di Bersacco e Cavanna, rivali “in arte in lettere belle” il Monti descrive la messa in scena della commedia natalizia: “Bersacco aspettava la novena di Natale, che si recitasse ‘Gelindo’ all’oratorio di San Sebastiano per isfidare l’aborrito Cavanna a singolar tenzone, e renderlo umiliato. A Cavanna due parti: Ottaviano imperatore e re Erode. A Bersacco una, ma del leone: Gelindo. Bella parte quella, accidenti! Poi nostra, poi sonata come va.
Gerusalemme: Betlemme: il censimento: Gelindo Maffeo Aurelia Tirzi Amarilli pastori. Ma Gerusalemme è Torino: Betlemme è Acqui: Gelindo e compagnia son di quei nostri pastori delle bricche lassù – pifferi e colascioni, ricotte e robiole del becco – al confine tra Piemonte e Liguria. C’è malcontento tra quella gente: un bando, il censimento: han toccato il tamburo: - andare a Betlemme, i capifamiglia, a consegnarsi. […] Grande Gelindo: autoritario furbo diffidente e tirchio, almeno nei propositi suoi, ma un bonaccione in fondo […]. Chi ve l’incarnava era Bersacco, l’arricchito gastaldo del conte Lazzeri, con quel po’ di gozzo al collo, i calzoncini corti su quei polpacci spropositati, quel suo inimitabile accento alessandrino nelle battute d’entrata […]. Ma Cavanna era lui che aveva il piacere di cominciare lo spettacolo: in veste di imperatore Ottaviano, corona di latta, lenzuolo in ispalle, seduto a gambe larghe sul seggiolone del sor Bortômlìn”. […]. Ma il piacere gli era amareggiato dai vasti sbadigli di questi zoticoni, che non capivano nulla ed aspettavano Gelindo: ma il piacere gli torceva in veleno quando rientrato fra le quinte, gli giungevano gli àaah! Di soddisfazione ond’era accolto Bersacco al suo uscire, gli giungeva l’applauso – ingrato – rimeritava tosto la prima battuta – irriverente . di colui […] e subito appresso Alinda, peggio […]. Cavanna torceva la bocca: - vernacolo! – faceva con disprezzo. Ma il trionfo di Bersacco continuava, cresceva. - Gelindo è stato a Betlemme. Gelindo torna da Betlemme. Ci è andato brontolando: brontolando ne ritorna: ‘Quanta gente. Quanti spintoni. In quegli uffici, mai più finito d’aspettare. E quegli osti! Che bazza! Vino mezz’acqua, due lire il boccale e per grazia ancora, come se lo regolassero! Dormire? Siete pazzo: neanche sul fienile’. E pronto la dietro anche Cavanna: fino al terzo atto non risarà in scena. […] È sempre quel Gelindo che, tornato a casa dopo l’incontro con ‘amsè Gisèp e la so dona (nonno Giuseppe e la sua donna)’, riferisce a’ suoi. […] Capanna fra le quinte faceva il sardonico: - ah! ah! la fiera moglie! -. E più Bersacco trionfava e più friggeva Cavanna, delle cui imperatorie tirate ‘in lingua’ sempre meno quella marmaglia voleva sapere.
Ma si rasserenava Cavanna via via arrivando al quarto, al quinto: quando rientrava in veste di re Erode, la fronte balenante di stagnola, i baffi all’insù, la barba a ventaglio, per ordinar la strage: la strage degli Innocenti: - Entrino nelle case, taglino in pezzi, svenino, sbranino, uccidano i maschi tutti non maggiori di due anni -; per consolarsi poi definitivamente al finale, quando aveva il piacere lo spettacolo di chiuderlo lui. E quel piacere, Dio volendo, non gli era attossicato più. Contrito e computo re Erode, dopo quel bel lavoro, se ne sta là sotto il diluvio delle coniugali contumelie: - Ah barbaro, ah crudele, ah iniquo, ah! spietata furia d’Averno! – Re Erode piegava sotto la raffica, la corona tirata sugli occhi: si umiliava i baffi, si riduceva la barba a punta, pentito e solente favellava così: - A quali affanni angosce e crepacuore mi ha serbato negli ultimi di mia vita il crudo destino! La rea coscienza mi rode, la consorte mi dileggia, il Senato mi cita, Cesare mi chiama, il mondo m’aborre: insomma carico più d’affanni che d’anni, con fronte rugosa sotto inargentato crine e dorato diadema, vo menando una vita di ferro -.” (Monti, 1963=1993, pp. 227-230).