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Fonte: Atlante delle Feste Popolari del Piemonte / Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo – UniSG
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Feste popolari

La festa del Reggimento dei Despiantati

La rappresentazione veniva messa in scena ogni cinque anni, al venerdì grasso, facendola precedere, il giovedì appunto, dal 'bal do sabre' che veniva realizzato allora ogni anno (cfr. Borra, Grimaldi, 2001).

Euclide Milano accenna alla rappresentazione come segue: "Ogni cinque anni - colletta - si uccide una vacca - distribuzione in piazza di salame - lesso - minestra - preparazione e consumazione del pranzo all'aperto - una gran botte - mezzo litro a tutti. La scena della rappresentazione. Alla mattina ricevimenti di duchi. Autorità: Principi, Re Garibaldi, ecc...Dal centro e dalle frazioni arrivo di sparsi reggimenti - richiami. Trono del re.

Assalto al castello: difeso dai turchi - questi sono pochi (i più grulli del paese). Uno di questi è l'Acuto, vestito anch'esso da turco e chiomato. Ripetuti assalti al castello - cavalleria - garibaldini - fanteria - fucili di legno - artiglieria con cannoni di legno che sparano. Conquista del castello - Giovanni l'Acuto (nascosto in un porcile) tradotto in piazza innanzi il Consiglio di guerra dei vincitori. Il comandante di questi lo investe con un discorso - ricorda i soprusi del tiranno - il 'jus primae noctis'.

Coi seduti c'è il medico, il farmacista, il prete, le barelle e la cassaforte portata dal più stracciato del paese. E' senza fondo pur portando scritte somme enormi. Pranzo pantagruelico" (Milano, 2005, p. 80).

Veniva rievocata, con molti elementi di fantasia (probabilmente variati nel corso del tempo), la storica battaglia “che aveva posto fine alle ribalderie di Giovanni Acuto, con la partecipazione di ben quattrocentocinquanta personaggi in costume: Turchi, Garibaldini, Alpini, ‘Spiantati’, con cannoni di legno. Diversi personaggi sfilavano, si davano battaglia, si esibivano in duelli all’arma bianca: il tutto con una fantasia fanciullesca che conferiva alla rappresentazione un tono delicato di fiaba. Lo spettacolo, per la sua complessità e la difficoltà di realizzazione, veniva effettuato soltanto saltuariamente, non tutti gli anni. […] Per la manifestazione venivano allestiti, sulla piazza, due palchi che si fronteggiavano: uno per il Principe di Castelletto, l’altro per il Turco invasore.

All’alba i cuochi incominciavano a cuocere, in dodici mastodontiche marmitte, il rancio per i soldati, che veniva poi completato con mille pagnotte e sei brente di vino. Alle otto i partecipanti si radunavano in piazza, dove confluivano anche gli alleati delle frazioni Rifurano e Motta. Alle nove arrivava ‘l Re dl’ Regiment ëd je Spiantà’. Alle nove e trenta, tra i suoni della fanfara, sfilavano gli armati, guidati dal Principe di Castelletto, dal Duca di Motta e dal Principe di Rifurano. Seguivano le autoambulanze della Croce Rossa, le salmerie e, ultimo, il Cassiere della comunità che portava con sé il forziere. Quando erano tutti al loro posto veniva distribuito il primo rancio, in attesa che si concludessero le laboriose trattative tra i Turchi invasori, capeggiati da Giovanni Acuto e da Selim, e gli abitanti di Castelletto che dovevano pagare una taglia per evitare la distruzione del paese. Gli assedianti, sul loro palco, bivaccavano pigramente, bevevano e cantavano. Selim e l’Acuto giocavano a dadi. Finalmente si giungeva ad un accordo: veniva concessa la libertà al paese in cambio di tremila ducati e dodici fanciulle. […] E qui l’azione scenica si sviluppava sul filo di un racconto che stava tra storia e leggenda. Il denaro, sia pure a fatica, era stato trovato, non così le dodici ragazze disposte a seguire quella soldataglia. Si era pertanto deciso di ricorrere a un sorteggio. Tra gli altri erano stati estratti i nomi di due sorelle, figlie di un contadino chiamato Revello” (Gallo Pecca, 1987, pp. 155-156). Questi per la disperazione nella rappresentazione colpiva Selim, facendo scoppiare la rivoluzione. “La battaglia durava due ore ed era preceduta dal fiurameno del ‘Re dl’ Regiment’, a cui facevano eco tutti gli armati. Lo scontro divampava, infuriava, impazziva, con alterne vicende, mentre i portaferiti correvano senza tregua da una parte all’altra a raccogliere gli eroi feriti. E, finalmente ‘arrivavano i nostri’, Garibaldi con le sue Camicie Rosse e gli Alpini. […] Sgominato il nemico, le truppe sfilavano in trionfo davanti al Principe di Castelletto e al suo Stato Maggiore, trascinando in catene i capi saraceni e lo stesso Selim, che veniva condannato alla decapitazione. Giusto premio a tanta fatica era un pantagruelico pranzo preparato dai vivandieri. Seguivano concerti di bande musicali e danze, con fanciulle in costume cinquecentesco” (Gallo Pecca, 1987, p. 156).

(CN), Italia
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