Feste popolari
L'uccisone della capra
Il rituale carnevalesco dell’uccisione della capra è attestato nella seconda metà dell’Ottocento e si protrasse fino allo scoppio della seconda guerra mondiale. Generalmente erano “gli uomini di una certa età, specie i celibi, che prendevano l’iniziativa di portare sul ballo la capra per venderla” (Garesio Pelissero, 2003, p. 228). La capra era impersonata da un uomo che cammina a quattro zampe, mascherato con una sorta di armatura, fatta molto alla buona, realizzata utilizzando un attrezzo agricolo (trapi), usato per trasportare il fieno e le foglie, formato da due lunghi bastoni incurvati e uniti da una rete: “lo sistemavano con le estremità rivolte perso l’alto e quelle anteriori erano legate insieme e infilate in una pignatta di terracotta capovolta; con un telo si ricopriva poi tutto quanto in modo che venisse fuori una sagoma di un animale; due corna vere, quando c’erano, o costruite con due spuntoni di legno e sistemate dietro la pignatta, completavano la fisionomia della capra; da ultimo vi si legava una cordicella intorno al collo per poterla tirare” (Garesio Pelissero, 2003, p. 229). Il martedì sera la capra veniva portata dal “padrone” al centro della sala da ballo per essere venduta al miglior offerente: “nel silenzio ottenuto da uno squillo di tromba, ne metteva in risalto le qualità: bell’esemplare, buona fattrice, grosse poppe (e toccava sotto), latte abbondante, belle corna., ecc. Subito si avvicinavano i negozianti, muniti del classico bastone, che la esaminano davanti e dietro esprimendo però giudizi negativi, quindi facevano le loro offerte; ma queste erano sempre così basse che la stessa capra si dimenava e belava disapprovando. Quando infine il padrone, dopo essersi sfiatato, vedeva che nessuno comprava l’animale, con il bastone gli assestava un colpo netto sulla testa, che volava in mille pezzi, mentre il corpo cadeva a terra (chi era sotto l’impalcatura, si buttava da un lato raggomitolandosi). Da sotto la coperta usciva allora il protagonista che riceveva congratulazioni e vino a volontà insieme ai suoi compagni” (Garesio Pelissero, 2003, p. 229).