Feste popolari
Falò di capodanno
“I preparativi per festeggiare il capodanno, iniziavano il giorno di San Silvestro. Alcuni giovani di ogni borgata, giravano di casa in casa con una ‘suvera’ (attrezzo per portare la paglia a forma di larga scala), chiedendo fascine, ‘merias (steli del granoturco) ed altro materiale da bruciare., finito il giro, preparavano un grande mucchio (qualcuno cercava di dargli forma umana), sopra un rialzo bene in vista. Quando una certa quantità di sterpi era accumulata, mentre alcuni ritornavano a cercare, qulacuno di solito rimaneva di guardia. Succedeva quasi tutti gli anni, qua e là, che qualche giovane di altre borgate per fare dispetto, venisse di nascosto ad incendiare la catasta in pieno giorno. Dopo la cena e la veglia, verso mezzanotte, tutti uscivano dalla stalla e si recavano verso la catasta. Guardavano in qua e in là e se quelli delle altre cascine non avevano ancora acceso il loro falò prendevano una fascina e l’accendevano poco distante; a volte il fuoco traeva in inganno gli altri che accendevano il proprio falò. Ed eccone un secondo, poi un terzo, in breve tutte le cascine e le borgate erano punteggiate di fuochi. Intanto i giovani con urla e richiami si chiamavano (s’uvávu) l’un l’altro di cascina in cascina. Quando il fuoco era morente, si prendeva un tridente e si gettavano in alto le braci: ‘tante plüe, tanti cuchèt’ (tante faville, tanti bozzoli). Attorno al falò si cantava, si facevano gli auguri stringendosi la mano ed i giovanotti saltavano il fuoco seguiti dalle urla di chi stava attorno. Nessun fuoco d’artificio suscitava tanta gioia. Più tardi, spento il fuoco, si ritornava nella stalla per gustare le focacce preparate dalle donne di casa; focacce a forma di gallo, a forma di scala (ra scarëtta), a forma di bambola (ra büata), poi si giocava a carte e si cantava. Più tardi nell’andare a dormire, le ragazze, prima di salire la scala, tiravano su la zoccola per sapere se si sarebbero sposate entro l’anno. ” (De Pizzol, 1981, pp. 80-81).